Al giorno d’oggi ognuno di noi ha un account social, che sia personale o lavorativo.
I nostri profili virtuali sono diventati una carta d’identità che, oltre a contenere i nostri dati anagrafici, contiene anche dati sensibili: quello che ci piace, quello che acquistiamo e persino i luoghi che frequentiamo.

Queste informazioni, più o meno importanti, sono su internet e rischiano di finire nelle mani sbagliate, rischio che si è già concretizzato. In questi giorni si sta parlando molto del caso “Cambridge Analytica”, scandalo che ha coinvolto Facebook per la scorretta gestione dei dati degli utenti.

Sembrerebbe infatti che nel 2014 la società Cambridge Analytica abbia violato oltre 87 milioni di profili in tutto il mondo (tra cui 214mila italiani), entrando in possesso di dati sensibili.

Social media e Big data: il caso Cambridge Analytica

Tutti noi, ormai tutti i giorni, utilizziamo i social network, generando una quantità innumerevole di dati, i cosiddetti Big Data. Dalle foto caricate ai “mi piace” che lasciamo su post e pagine, ogni nostra attività all’interno dei social genera dati, dati appetibili per Cambridge Analytica che è riuscita, attraverso un sotterfugio, ad appropriarsene.

La società britannica fondata nel 2013 associa data mining e comunicazione strategica, servizio che è stato combinato ai social media, strumenti di persuasione già sperimentati in ambito pubblicitario.

L’utilizzo dei dati

I profili che risultano violati sono ben 87 milioni e il numero di dati sottratti illegalmente è ancora più grande.

Le nostre informazioni, più o meno sensibili, sono state utilizzate per la costruzione di un software in grado di influenzare le elezioni politiche di diversi stati. Una volta profilati gli utenti, sono state adottate le tecniche che si utilizzano per i classici Online Advertising: Donald Trump, tra gli altri, ha realizzato una campagna presidenziale estremamente targettizzata, con spot online su misura per i singoli utenti.

Il processo

Il New York Times e il Guardian hanno scoperto la collaborazione della società britannica con il team elettorale di Donald Trump, sollevando un grande dibattito e obbligando il social network a rispondere delle proprie azioni davanti al Senato degli Stati Uniti.

Nel corso del processo sono emerse dinamiche riguardanti la raccolta dei dati personali da parte di Facebook.

La società mette a disposizione strumenti come Facebook Analytics che consente ad aziende terze di raccogliere informazioni per capire in che modo gli utenti utilizzano i servizi e mostrare quindi lo spot più adatto, mettendo a serio rischio la nostra privacy.

Il caso Cambridge Analytica ha dimostrato che le nostre informazioni, se usate in maniera scorretta, possono avere conseguenze catastrofiche.

Siamo al sicuro? La risposta di Facebook al caso Cambridge Analytica

Mark Zuckerberg, fondatore dell’azienda, ha annunciato nuove contromisure per arginare la fuga di dati sensibili e tutelare noi utenti. Ha affermato inoltre di non aver mai venduto alcun tipo di informazioni private relative agli utilizzatori.

I ricavi di Facebook verrebbero dalla sola vendita di spazi pubblicitari, mercato che viene utilizzato già da tempo i media tradizionali.

Alcune domande sorgono ora spontanee: possiamo noi, utilizzatori periodici di social network, sentirci al sicuro? Quali delle nostre informazioni e con quali aziende vengono condivise? Dobbiamo smettere di utilizzare i Social Network?

La strada per la completa tutela degli utenti è ancora lunga e le possibili soluzioni sono molteplici: da una versione a pagamento del social allo sviluppo di un’intelligenza artificiale che possa aiutare a gestire meglio le informazioni.

Facebook, oggi, con i suoi 2 miliardi di utenti è il social network più utilizzato. Da semplice sito web a punto di incontro su cui sempre più persone passano il loro tempo e si informano.

È fondamentale intervenire in maniera tempestiva per evitare che casi come Cambridge Analytica si ripetano in futuro e per rendere la nostra navigazione e la relativa raccolta dati sicura.

Cambridge Analytica